“Come i pesci abboccano attirati dall’esca, allo stesso modo, gli uomini non rimarrebbero intrappolati se non si facesse balenare loro la speranza di mordere qualcosa”. Quest’osservazione di Petronio illustra bene le intenzioni dei promotori della Riforma fiscale quando le hanno aggiunto delle misure sociali. Una riforma squilibrata perché offre di impiegare 20.6 mio già disponibili per la socialità in cambio di ben 58.1 mio di sgravi fiscali, prevalentemente a favore delle persone con più di 1.38 mio di franchi di sostanza e delle grandi imprese. Queste misure non rafforzano il substrato fiscale e perpetuano i vizi del passato di un’economia basata non sulle capacità e sulla responsabilità, ma sui vantaggi di posizione e sull’assistenzialismo aziendale.

Oggetto della votazione popolare del prossimo 29 aprile è unicamente la parte fiscale. La parte sociale può essere messa in vigore da subito e questo anche se le misure fiscali dovessero essere respinte. In questo caso, per i promotori della Riforma si tratterebbe di una prova “salomonica”, poiché li obbligherebbe a rivelare quanto sia importante per loro la parte sociale.
Da parte nostra, viste le emergenze sociali attuali e siccome le risorse sono già disponibili, diciamo di sì alle misure sociali. Riteniamo tuttavia importante rilevarne i limiti.

Di regola la politica familiare deve favorire la conciliabilità fra compiti familiari e attività professionali. Questo principio è rispettato quando si amplia la possibilità di scegliere fra il tempo da dedicare direttamente ai propri familiari e quello da dedicare all’attività retributiva o alla formazione. A questo scopo una politica sociale deve basarsi su due categorie principali di azioni: gli aiuti finanziari e la creazione di strutture e servizi.

Con la Riforma in esame, dopo che in questi anni è stata smantellata una parte consistente degli aiuti finanziari, 50 mio di tagli agli assegni integrativi e ai sussidi cassa malati, si propone in termini generici una dispersione di misure.

Le principali sono: il nuovo “assegno parentale” di 4.5 mio e il contributo supplementare a servizi e strutture di accoglienza per i bambini di 10.3 mio.
L’obiettivo dell’assegno parentale sarebbe l’incremento della natalità. Un obiettivo non credibile, perché non è sicuramente un aiuto unico di 3’000 Fr. a incentivare la procreazione. Di sicuro non riparerà i danni dei tagli fatti alla politica sociale negli scorsi tre anni.

Il potenziamento dei servizi e delle strutture di accoglienza è invece una misura necessaria. L’importo messo a disposizione è tuttavia relativizzato dall’ampiezza degli obiettivi. Si vuole: introdurre nuovi tipi di strutture, aumentare i posti di accoglienza, migliorare la remunerazione del personale, contenere la retta a carico delle famiglie. A preoccupare è l’assenza di indicazioni operative su come si intende rispondere a questi obiettivi. Va evitato inoltre che il nuovo finanziamento, a carico delle aziende, generi un disimpegno da parte del Cantone.

Va infine ricordato, ed è oggi sempre più d’attualità, che salario e fiscalità sono le fonti principali di ridistribuzione della ricchezza. Se l’economia pagasse salari commisurati al costo della vita del paese in cui opera, molti bisogni sociali avrebbero una loro risposta senza l’intervento dello Stato. A sua volta lo Stato prelevi le risorse necessarie per finanziare i suoi compiti in base alla ricchezza. Perché non è responsabile che le imprese non contribuiscano in modo appropriato al finanziamento delle innumerevoli prestazioni pubbliche di cui beneficiano e dei costi che creano alla società. D’altra parte se oggi un’esigua percentuale di ricchi pagano una quota importante del gettito fiscale è semplicemente dovuto all’ estrema concentrazione della ricchezza e di sicuro non è riducendo la pressione fiscale sui ricchi che si contengono le disparità sociali.

Anche per questa semplice verità diciamo NO alla riforma fiscale. Come direbbe Petronio, nessuno è destinato a fare una brutta fine, più di quelli che mettono gli occhi sulle esche senza saperle riconoscere.

 Ivo Durisch,
Capogruppo PS in Gran consiglio

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