L’economia ticinese va alla grande: stando ad uno studio dell’Istituo Bak Economics – presentato dalla Camera di commercio – fra il 2005 e il 2016 il PIL è cresciuto di ben il 25%, più che nel resto della Svizzera, negli USA e in Europa. Anche l’occupazione è cresciuta in maniera sostenuta: quasi il 24%. Insomma, a sentire questi «esperti», stiamo tutti una meraviglia.

Il problema è che questi economisti esaminano spesso le cose da un punto di vista molto ristretto, dimenticando il fatto che «l’economia» non è un’entità astratta, ma è fatta di persone che lavorano e vivono in un territorio. Quando si prendono in considerazione tutti gli elementi il quadro appare molto meno roseo.

Negli ultimi anni è cresciuto a dismisura il precariato, e sempre più persone vivono alla giornata. Di quei 18.000 occupati in più residenti, citati nello studio, ben 11.000 sono in realtà persone che lavorano a tempo parziale o su chiamata e che vorrebbero aumentare la percentuale d’impiego. Dal 2008 il livello dei salari è in costante diminuzione, con un record negativo di 1.640 franchi al mese in meno in sei anni proprio nel settore informatico. Ci sono settori dove in Ticino si guadagna la metà rispetto alle media svizzera, come nell’industria farmaceutica dove si ricevono ben 4.495 franchi mensili in meno rispetto al resto della Confederazione. Anche queste sono cifre impressionanti, ma nessuno le ha mai commentate o pubblicate.

Con simili retribuzioni, non bisogna poi puntare il dito contro i residenti che fanno la spesa all’estero. Altro che prolungamento degli orari di apertura dei negozi. Per aiutare il commercio ticinese, dobbiamo immediatamente agire su salari e reddito, questa à la vera urgenza per il nostro cantone. Perché oggi quasi una persona su tre in Ticino è a rischio di povertà e il 15% dei lavoratori sono poveri, segno che avere un impiego non è più la garanzia di evitare la miseria. Senza contare che ci sono 11.100 disoccupati e oltre 8.000 persone in assistenza in questo cantone. Persone, queste ultime, che non sono considerate nelle statistiche ufficiali della disoccupazione, che si limitano a conteggiare gli iscritti presso gli Uffici regionali di collocamento.

E allora sorge spontanea una domanda: ma con tante persone che non arrivano a fine mese, perché il Consiglio di Stato e la maggioranza dei partiti vogliono sgravare i milionari e le grandi imprese? Non sarebbe meglio usare quei 52,5 milioni di regali fiscali per programmi di rilancio dell’occupazione, per sostenere il potere di acquisto della famiglie e per favorire imprese responsabili ancorate nel territorio?

Il 29 aprile votiamo no a una riforma fiscale che aiuta gli unici che non ne hanno bisogno.

Giangio Gargantini
Segretario Unia Sottoceneri

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