Il sistema di «ottimizzazione fiscale» in Ticino, tanto caro alle aziende della moda e altre imprese internazionali, è ormai al capolinea e non serviranno a nulla i milioni di sgravi che il Cantone è pronto a concedere. Le multinazionali infatti dovranno pagare le imposte nei Paesi dove fabbricano i prodotti, mentre in Ticino, dove hanno insediato centri di logistica e fatturazione,rimarranno solo i bruscolini. Questo tipo di imprese se ne andranno non perché altrove ci sono tasse più basse, ma perché non avranno più la possibilità di trasferire gli utili dove il sistema fiscale è più conveniente, dopo l’adozione a livello internazionale del progetto BEPS (Base Erosion and Profit Shifting).

L’idea alla base è molto semplice, addirittura banale: le imprese devono pagare le imposte dove creano utili. Le ripercussioni concrete per il Ticino possono essere facilmente spiegate prendendo come esempio lo scandalo internazionale nel quale sono coinvolte Gucci e la Luxury Goods International. L’impresa logistica con sedi a Sant’Antonino, Camorino e Bioggio appartiene alla multinazionale francese Kering, che possiede Gucci e altri marchi di lusso. La merce arriva nei centri ticinesidall’Italia e da altri Paesi, viene spacchettata, rietichettata, imballata, fatturata e spedita ai negozi di tutta Europa. È chiaro che queste semplici operazioni non fanno aumentare il valore del prodotto: il vero valore aggiunto viene creato nelle fabbriche dove operai pagati pochi euro al pezzo trasformano la materia prima in borse, scarpe e abiti venduti a un prezzo fino a 100 volte superiore nelle boutique. È quindi nei Paesi che producono questi beni di lusso che le imprese dovranno pagare la maggior parte delle imposte, mentre le tasse versate nel nostro cantone si ridurranno a poco o niente. E questo non vale solo per le griffe del lusso, ma per tutte quelle aziende venute in Ticino per «ottimizzare» le tasse.

Non avendo più la possibilità di eludere il fisco in altri Paesi, molte imprese non avranno più nessun interesse a rimanere in Ticino e se andranno. Nel nostro cantone rimarranno, nel migliore dei casi, enormi magazzini che creano più costi dovuti al traffico di quanto rendono all’erario e dipendenti pagati dai 2.300 ai 2.700 franchi netti. Per anni infatti a Bellinzona si sono attivati per attrarre imprese di ogni genere, offrendo loro trattamenti fiscali di favore senza mai chiedere niente in cambio, nemmeno salari dignitosi. Quello della logistica era il pallino di Marina Masoni che in esso vedeva un grande potenziale di sviluppo per il Ticino. Il numero di aziende nel nostro cantone è cresciuto in maniera esponenziale dal 2008 – data dell’entrata in vigore della Riforma II della fiscalità delle imprese e degli sgravi connessi – ma è aumentata la disoccupazione, il precariato è ormai una regola, le persone in assistenza sono raddoppiate e sempre più famiglie fanno fatica ad arrivare a fine mese. Quel che è peggio è che in molti settori il salario mediano è calato negli ultimi anni e la percentuale di lavoratori poveri è ormai oltre il triplo rispetto alla media nazionale. Questa politica basata sui privilegi per pochi ha impoverito la maggior parte della popolazione e il resto l’han fatto Governo e Parlamento tagliando 50 milioni di aiuti a chi già è in difficoltà. Chi può – soprattutto fra i giovani – «emigra» oltralpe per cercare un impiego e una retribuzione che permettano di vivere, non certo i 3.300 franchi lordi offerti ai laureati dalle varie Bravofly e Medacta a cui il Consiglio di Stato ha steso i tappeti rossi.

Ora il Consiglio di Stato e la maggioranza dei partiti vuole farci credere che concedendo 52,5 milioni di sgravi alle grandi aziende e ai milionari decenni di scelte economiche sbagliate si cancelleranno come per magia e che vivremo tutti felici e contenti. Abbassando le imposte non cambierà nulla perché comunque le imprese dovranno pagare le tasse dove creano valore aggiunto. Quindi l’unico modo per continuare a incassare sarebbe quello di impiantare in Ticino quelle squallide fabbriche che si vedono nei reportage televisivi, dove immigrati cinesi lavorano anche 11 ore al giorno pagati 4 euro per produrre scarpe vendute a 1500 franchi. È questo che intendono Consiglio di Stato e Parlamento quando promettono posti di lavoro di qualità a salari dignitosi?

di Matteo Pronzini, deputato MPS in Gran Consiglio

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